Sono già numerose le traduzioni di Fausto Paravidino, tutte opere di
dramaturgia anglosassone, classica e contemporanea.
Di William Shakespeare, Paravidino ha tradotto Enrico V, Sogno
di una notte di mezza estate, Riccardo III e Tutto è bene quel
che finisce bene
“Tutto
è bene quel che finisce bene è uno dei testi meno rappresentati di
Shakespeare, forse anche in virtù della sua difficoltà nel farsi identificare.
È un testo di dubbia datazione, comunque presumibilmente appartenente al
periodo di Amleto, Misura per Misura, Troilo e Cressida… Si intrecciano le
storie di una giovane vergine che guarendo il Re malato riesce per ricompensa a
sposare l’uomo che ama, che però la ripudia e scappa in guerra e quella di un miles
gloriosus, un soldato fanfarone che viene smascherato dai suoi commilitoni. È
una black comedy, vi si parla di guerra, inganni, tradimenti, malattia. I
personaggi sono disposti a qualunque bassezza per raggiungere i loro scopi, ma
tutto è bene quel che finisce bene, e finisce in commedia, in un perdono
generale" (F. Paravidino in occasione della
rappresentazione a Rocca Grimalda, Rassegna Teatro Epico, ven. 11 agosto 2006)
E inoltre,
dalla produzione contemporanea:
Il
bicchiere della staffa di Harold Pinter (premio Nobel per la letteratura nel 2005)
Un laido
funzionario di polizia sottopone a ripetuti interrogatori una famiglia di
oppositori al regime dominante. La violenza fisica, relegata dietro le quinte,
lascia il posto alla violenza verbale dell’aguzzino che persegue
scientificamente il piano di distruggere un uomo, sua moglie e il loro bambino.
L’accusa contro di loro è quella di pensare diversamente dall’autorità
ufficiale. Atto unico (30/40 minuti), Il bicchiere della staffa è stato
scritto dal drammaturgo inglese nel 1984, anni di forte impegno politico
nell’Inghilterra di Margaret Thatcher.
Il
tenente di Inishmore di Martin Mcdonagh
Irlanda,
isole Aran. Padraic Osbourne è uno spietato terrorista dell'Ira che si diverte
a torturare e uccidere gli spacciatori che vendono droga ai ragazzi irlandesi,
e spara a vista su ogni essere umano che si sia macchiato di una qualunque
colpa ai suoi occhi: l'unica creatura vivente che ama con tenera dedizione è il
suo gatto, affidato al padre da quando lui è entrato in clandestinità. Si può
dunque immaginare il terrore che si diffonde fra gli abitanti del paese quando
il micio in questione resta ucciso in un incidente stradale, e Padraic si
precipita a casa con tremendi propositi di vendetta.
L'animale, all'apparenza, è stato travolto da un incauto ciclista, la cui
tragica sorte sembra ormai segnata: ma si scoprirà che a farlo fuori in un
feroce attentato è stato un gruppo terrorista concorrente, che si proponeva di
attirare Padraic allo scoperto per poterlo comodamente eliminare. La vicenda si
complica ulteriormente, perché a sua volta il guerrigliero, in un momento
d'ira, ha ammazzato un altro gatto, quello della sua discepola, salvatrice e
innamorata Mairead, che informata dell'accaduto provvede a far giustizia con un
bacio e due colpi di pistola. Tra cadaveri di felini e intrighi umani, Il
tenente di Inishmore di Martin McDonagh è interessante per il tentativo di
affrontare una questione delicata come quella del separatismo irlandese nei
termini di una scoppiettante farsa macabra: con un po' di cinismo e un piglio
antiretorico tipicamente britannico, l'autore riesce a far sorridere su
un'immane tragedia senza mai scadere nella parodia, ma attraverso la satira
prende anche posizione sui contraccolpi di ogni eccesso di violenza.
La
Chiusa
di Conor McPherson
Fate invisibili che bussano alla porta, donne morte che appaiono in cima alle
scale, persino lo spettro di un pedofilo che vorrebbe farsi seppellire nella
tomba di una bambina: sono questi i sinistri argomenti con cui gli abitanti di
uno sperduto borgo irlandese si intrattengono durante le serate di bevute al
pub, gareggiando a chi tira fuori la storia più terrificante. Ma a raggelare
tutti, senza volerlo, è una sconosciuta appena arrivata da Dublino, che evoca
l’esperienza straziante di una telefonata con la richiesta di soccorso che le
ha fatto la figlioletta affogata poco tempo prima.
Conor McPherson porta per la prima volta alla ribalta quell’ inesauribile
patrimonio del folklore britannico che sono le ghost-story, i
tradizionali racconti di mistero e di fantasmi: e non si tratta, in questo
caso, di racconti di fantasmi rivisitati con sguardo ironico e leggero, ma di
episodi davvero sottilmente terrificanti, anche se a dare i maggiori brividi -
sembra suggerire il drammaturgo - è in definitiva il dolore vero di chi ha
avuto la vita sconvolta dalla perdita di qualcuno che amava.
Le suggestioni da oltretomba, in questo bellissimo testo soltanto all’apparenza
minimalista, non sono che il pretesto per far affiorare un magma di
inconfessate solitudini, di sentimenti rimossi, di passioni sopite. Tutto,
però, resta alle soglie del non-detto, tutto resta affidato a mezze parole,
frasi incompiute, silenzi sospesi, perfettamente resi dalla traduzione di
Fausto Paravidino.
(da Linus)