"Un ristorante abbastanza normale.
Tutti seduti ai propri tavoli, i posti assegnati. Un gruppo di amici, adulti. Due coppie di ragazzi, adolescenti. Un cameriere. Nomi comuni: moglie, papà. amico. Nomi semplici: Luisa, Jenny, Johnny, Bobby...Una storia che non conosciamo e che ci sarà svelata un poco alla volta.
Una piccola sceneggiata.
Primo tempo: una cena qualsiasi.
Ordinazioni, normali screzi di coppie consolidate, battute, risate, racconti e qualche ammiccamento. Un cameriere a servizio di qualsiasi desiderio. Qualche sotterfugio, qualche piccolo intrigo. Il tempo di mangiare, il tempo di conoscersi e di riconoscersi, il tempo di litigare o di toccarsi. Qualche nota stonata: un po’ di sangue, un bacio di troppo, una rissa.
Secondo tempo: ciò che di solito non è dato vedere. Il bagno del ristorante. Un po’ di sesso, un po’ di parolacce, un po’ di umori liquidi. Si aprono le porte ed ecco il rovescio del tempo precedente. Quello che è già accaduto e che noi non avevamo visto. Quello che mette tutti i tasselli, conclude le storie, le definisce. (...............)
Scavando nelle pieghe del testo la regia di Renzo Martinelli svela le infinite facce di uno stesso tempo. Il tempo nel ristorante e il tempo nel bagno: contemporaneamente. La storia si smembra sotto un microscopio e si mostra in tutte le parti che l’hanno composta. Con estrema semplicità, senza artifici tecnici, senza trucchi di magia, ci porta in una sospensione di tempo in cui tutto può essere visto. Una storia frammentata ma unica: la contemporaneità.
In un momento storico in cui nulla pare più essere nascosto, dove l’occhio della telecamera o di qualche altro potente mezzo tecnologico può indagare all’infinito, spingersi nei più remoti meandri e scavare, in un momento in cui tutto viene facilmente captato, spiato, dove nulla è segreto o tabù, la storia nascosta sembra equivalere alla storia svelata. Non scopriamo niente di nuovo. Nulla che aggiunga o che dia senso. Il ristorante è come il bagno. Il bagno è come il ristorante. Eppure continuiamo a guardare."
(tratto da "Claustrofilia", Teatro i)

| Morbid, di Fausto Paravidino al Teatro i (2007), |
Foto di Salvatore Lanteri
Scritto da Fausto Paravidino nel 2006, questo spettacolo è andato in scena per la prima volta il 30 gennaio 2007 a Milano, prodotto da "Teatro i".
La regia è di Renzo Martinelli che dirige Alessandra Albelice, Paolo Cosenza, Vito D’Onghia, Federica Fracassi, Cristian Giammarini, Claudio Lobbia, Emanuele Nigro, Annina Pedrini, Gea Riva.
Con Morbid, Paravidino dà la propria interpretazione di drammaturgia della contemporaneità, una tematica che interessa particolarmente "Teatro i".
In un'intervista rilasciata a Claudia Cannella e pubblicata sul Corriere della Sera, Paravidino descrive così la sua commedia:
«Si svolge in un ristorante. Gli avventori sono due coppie di giovani, quattro adulti e un cameriere, che fa da tramite più o meno involontario, aiutando queste persone a cacciarsi nei guai e poi a uscirne. I personaggi, tutti abbastanza volgari, appartengono alla classe media e parlano di sesso e di violenza, ma senza percepire la volgarità e la crudeltà di quello che stanno dicendo perché la loro azione fondamentale è mangiare e bere. Si tratta grosso modo di un tentativo di seduzione incrociato tra i diversi tavoli, che si consuma nel bagno». Come è strutturata la pièce? «Sono due tempi simultanei, nel senso che riprendono lo stesso arco di azione, solo che nel primo andiamo a marcia avanti, mentre nel secondo a marcia indietro, cioè si parte dalla fine e si torna all' inizio. Nel primo tempo i personaggi parlano e ogni tanto escono per andare in bagno. Nel secondo si vede ciò che accade nel bagno. I dialoghi sono molto veloci e sincopati». Vengono in mente le commedie di Pinter... «In effetti il primo tempo è molto simile a "Celebration", mentre il secondo a "Tradimenti", ma solo dal punto di vista della struttura». La morale della favola? «Questa commedia è nata per divertire il pubblico, più sulla base di una sensibilità che di un messaggio da veicolare, cosa che penso di aver fatto solo per "Genova 01". Sono più bravo a scrivere storie che a estrapolarne un messaggio: questo viene meglio ad altri».